IL CARISMA DEL CAPO HA UN BUCO IN UNA GOMMA: PARTITI AMMACCATI E BOSS SOTTO STRESS

“Dio è morto, Marx pure e nemmeno io mi sento molto bene” – recita un aforisma di Woody Allen entrato anni fa nei “vernacolieri” di tutto il globo. Scongiurata ormai da settimane la farneticante ipotesi di una campagna elettorale tra sdraie, parei svolazzanti e soutè di cozze, la politica italiana annaspa boccheggiante. Il caldo c’entra poco: a Palazzo Chigi come a Montecitorio l’aria condizionata viaggia in modalità “furgoncino Bo Frost”. Si arranca perché ormai la legislatura è andata a male come uno yogurt lasciato al sole ed ha poco o nulla da dire: la settimana che mandiamo mestamente nei faldoni coi suoi prolissi resoconti stenografici lo dimostra. Al Senato, tra uno strillo e l’altro, si è cercato di dare il via libera al tassativo decreto Lorenzin sui vaccini tra meline e ammuine. Arrivato il disco verde, le rotelle dei trolley hanno iniziato a scintillare nel fugone generale dei senatori verso lidi e calette. Alla Camera, invece, ettolitri di latte alle ginocchia per l’informativa del ministro dell’Ambiente Galletti (ma sì, dai, quello con la zazzera alla Nick Nolte) sugli incendi, derubricati a routinario fastidio estivo come i tormentoni di Enrique Iglesias e non, vista la quantità degli inneschi, a crimini di canaglie organizzate.

In questo scenario da “manca poco, non famose male”, si segnalano invece brusii di fondo incessanti per l’unica cosa che conta davvero tra i parlamentari: trovare l’escamotage per non dire addio allo scranno. Se parecchi sanno di essere spacciati peggio del famigerato porco sul tavolaccio, tanti altri stanno pian piano maturando l’impressione che mantenere la sgabello sarà impresa titanica. Da mettere a segno affilando unghie, denti e soprattutto lingua, al fine di “lisciare” (passate il termine non proprio da battuta di caccia alla volpe tra lord inglesi) il lato b azzeccato. Operazione non facile: il motivo è presto detto.

La sgangherata politica italiana ha quattro dominus, che nel recinto delle rispettive scuderie se la cantano e se la suonano: Renzi nel Pd, Berlusconi in Forza Italia, Grillo nel M5S e infine Salvini nella Lega. Tra stecche, cantilene e stanchezze, il solfeggio politico è ristretto a questo quartetto d’archi. Ecco: di questi, nessuno ha lo status di parlamentare. E’ la grande anomalia di questa dimenticabilissima legislatura e la cosa risalta ancor più ora che codeste leadership appaiono deteriorate da anni di cagnare, errori macroscopici, voltafaccia e guerriglie spesso inutili, interne ed esterne. Tra smarrimenti e attacchi d’ansia nei vari capannelli si ode fisso il jingle “nessuno mi può comandare, nemmeno tu”, perché gran parte delle decisioni che contano vengono prese a debita distanza dal palazzo. Non solo. Anche nella “sinistra sinistra” i vari stravolgimenti stanno tutti fuori. Ormai è chiaro che il regista birbaccione della scissione Pd è stato il “revenant” D’Alema (non parlamentare). L’uomo che più si dimena per tenere insieme tutte le 50 sfumature di rosso è Pisapia (non parlamentare anche lui). Infine ad animare i cuori dei più oltranzisti è il duo di pasdaran Montanari-Falcone, nati entrambi come personaggi pubblici nel lungo autunno referendario ma estranei a ogni logica da Transatlantico.

Cinque blocchi dunque, uno che prova a nascere e quattro con boss sotto stress. Consci che per fare le liste dovranno dimenarsi in una canizza senza precedenti, tirati per le asole della giacca ogni quarto d’ora. E soprattutto consapevoli che col proporzionalone oltre a lacchè e fedelissimi toccherà infilare dentro pure chi porta voti, visto che il bengodi dei nominati del Porcellum è finito. Anche chi pare se la passi meglio, in realtà, vive una stagione forte di acciacchi, ammaccature e strizze. Il borsino è il seguente.

MATTEO RENZI. La sua stella non è cadente, è crollante. La ragione principale è sostanzialmente una: dallo “sventolone” del 4 dicembre non ha imparato nulla. Ormai è in isolamento totale, nemmeno avesse la divisa arancione a San Quintino: da Prodi a Veltroni, da Letta a Napolitano (che eppure lo ha sponsorizzato a palla per anni), i padri nobili del centrosinistra (che a breve potrebbero diventare più numerosi degli elettori) lo trattano ormai come una sorta di rimbambito del villaggio. La sua “hashtaghite” acuta provoca psoriasi pure ai fan più incalliti, le presentazioni del suo libro “Avanti!” sembrano ormai televendite sul format “Mastrota-Mondial Casa”, le direzioni Pd (con o senza streaming) un poligono di tiro dove lui, il golden boy di Rignano, è ridotto a mesto San Sebastiano impallinato anche da chi alle primarie lo ha votato con fierezza (Franceschini è sempre il più furbo del bigoncio). “L’aiutiamoli a casa loro” sui migranti twittato e poi tolto, il vademecum per condividere il selfie #Acenaconmatteo alla festa democratica di Milano e infine il luminare della psicologia Recalcati che considera decerebrati da portare in clinica gli italiani che lo hanno in antipatia, sono tre vicende che appaiono come tre ciliegine marce su una torta (il Pd renziano) che si va via via spappolando. Ha un Tourmalet da risalire in termini di simpatia.

LUIGI DI MAIO. Il boss del M5S è uno solo e si chiama Beppe Grillo, che però in Parlamento non c’è ora e non ci sarà mai. Così, la punta di diamante del grillismo è incarnata (per volere di Grillo) dal glabro volto di “Giggino” Di Maio, capace di quel garbo sconosciuto al saltimbanco genovese. E qui la prima cappella (ops, scusate): Di Maio è il “premier in pectore” ormai da più di due anni. Da quando Grillo capì che uno non vale uno manco a biliardino e varò quel direttorio a cinque poi frantumatosi come un cristallo di Boemia lanciato dal quarto piano. Gli verrà opposto Fico, in una probabile primaria, ma il frontman sarà lui. Che viene ormai scaraventato ovunque: da Bruxelles a New York, da Berlino a Tel Aviv. Per accreditarsi, e per far capire al mondo che i grillini non sono emanazione del brigantaggio ottocentesco. Però, una volta tornato a Roma, invece di piazzarlo sulle rive del Tevere ad aspettare avversari galleggianti per tafazzismo, viene buttato là in trincea per battaglie stantie come quella sui vitalizi (vi prego basta): ci scappa la gaffe sull’ex parlamentare morto e addio margine acquisito. Il M5S ha la coppia d’attaccanti sempre sotto i riflettori (Di Maio-Di Battista) e il resto della squadra troppo nelle retrovie. E’ il peccato originale: dai e dai i due scivolano. Di Maio è come un ciclista che ha lanciato la volata col traguardo ancora a tre km: rischia di arrivare spompato a marzo prossimo.

SILVIO BERLUSCONI. In teoria è quello messo meglio, e ciò la dice lunga sullo stato di salute da terapia intensiva del nostro paese. Ciò che pare riluccicare però è tutto fuorché oro e l’ex Cav per primo lo sa. Punto primo: lui non è candidabile e a meno che a Strasburgo i giudici della corte non inizino a farsi di metanfetamine, non lo sarà neppure nel 2018. Punto secondo: fosse per lui si alleerebbe persino con Kim Jong Un, il cicciobello di Corea, pur di non dover andare a braccetto con Salvini. Non lo abbozza, ma non ha neppure la certezza di racimolare più voti di lui, visto che Forza Italia (al contrario di quanto accaduto per vent’anni) al Sud non tocca più palla. Punto terzo: davanti ai cancelli di Arcore c’è coda. E’ il controesodo (come lo ha chiamato Quagliariello, che chiude la fila col partito “Hotspot” Idea) per tornare alla casa madre azzurra, che ha visto nel ministro dimissionario Costa il caso più scostumato. I rapaci di FI, da Brunetta alla Santanché passando per secondari ciambellani ringhianti di corte, ciancicano amaro: per fare le liste ci vorrà un domatore di cinghiali (se esiste). Il centrodestra unito vince, vero, ma un conto è espugnare L’Aquila o prendersi con un filo di gas Verona. Su base nazionale la faccenda è diversa: è balcanizzato e in modalità quadro di Klimt.

MATTEO SALVINI. Urla, strepita e ora che tanti talk show stanno in “siesta” estiva si palesa persino ai concerti rockeggianti. Come quello di Vasco a Modena, dove ha fatto capolino mano nella mano con l’amata Elisa Isoardi. Salvo poi ritrovarla a limonare con un altro sulla copertina di “Chi”, periodico rosa il cui proprietario è un bassetto ottantenne che ancora se la crede così tanto da pensare di essere il leader del centrodestra. E’ ciarpame gossipparo, vero, ma ha risvolti politici. Il messaggio del Cav è evidente: “abbassa la cresta”. La Lega non si schioda da quel “circa 15%”: da sola conta come il due di coppe quando briscola è spade, visto che in molti prediligono i grillini come forza d’ulcera. Nel bailamme drammatico sui migranti il Matteo meneghino ha un bel refolone di vento in poppa, ma fare lo skipper in questa fase gli è difficile perché pure nel Carroccio tanti big lo guardano con pupille malandrine, a partire dai viceré Zaia e Maroni. Non cresce e non crepa, nella leadership, Salvini: sa che non sarà mai premier (dopo la legnata alle presidenziali francesi si è allontanato dalla Le Pen manco avesse il vaiolo) però mal sopporta ogni forma di collegialità politica. Il suo ruolo è il mediano di spinta, come fu quello di Bossi: a differenza di quest’ultimo però la sua ambizione di fare il Cristiano Ronaldo (senza esserlo) fa provincia. Insomma: il carisma del capo, nella politica italiana, ha un buco in una gomma. O forse più di uno. Preparate pomate e antinfiammatori, da settembre arrivano orchiti plurime.

Valerio Mingarelli

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