LA IATTURA DELLE PRIMARIE A TUTTI I COSTI: NOI, “TAFAZZI” DI OGGI NOI…

“A modo mio, avrei bisogno di primarie anch’io”. Nel centrodestra italiano in molti negli ultimi anni hanno imbastito questa corale a ottave solenni (da Fitto a Tosi passando per la Meloni) perché si insinuasse tra i lussuosi e smaltati cancelli di Arcore e arrivasse ai timpani del dominus dalla chioma stile omino del calciobalilla. Peccato però al solo udire la parola “primarie” Silvione venga colto sempre da formicolii e ipotensioni peggio di quando nella cassetta della posta a tre vani di Villa San Martino arriva un avviso di garanzia. Le primarie, da mostro di sagacia qual è, lui non le ha mai abbozzate, asserendo che sono roba per consigli di classe del liceo Parini o per un’accalorata riunione di condominio a Lampugnano. La storia (di nuovo) potrebbe accorrere a dargli ragione: in questo 2017 nel Belpaese le esequie delle primarie si stanno celebrando con un format a puntate, con tanto di incenso, prefiche lacrimanti e cuscinetti di crisantemina.

Vediamo un attimo. Domenica nell’imponente area fiera di Rimini andrà in scena “Italia a 5 Stelle”, in pratica gli stati generali penastellati sotto forma di festa. Dunque: con il Pd sballottato tra l’altolà allo Ius Soli, il nodo di Gordio della vicenda Consip e le gazzarre quotidiane con Mdp (e tutti gli atolli alla sua sinistra), con la Lega Nord che si ritrova conti correnti, caveau e salvadanai bloccati dai giudici per le malefatte di Bossi (e della sua schiera di tribuni e ciambellani dell’epoca), con Pisapia che una mattina si sveglia subcomandante Marcos e quello dopo Mino Martinazzoli, il movimento di Grillo poteva arrivare nella città dei Malatesta e del Fellini con 50-60 nodi di Maestrale in poppa. Invece, nel giro di una manciata di giorni, sono arrivate in sequenza le “Idi Di Maio” e la “Cassata” (sostituite pure le esse con due zeta) siciliana. Un “pasticciaccio brutto”, per dirla con Gadda.

L’ansia da trasparenza (e da prestazione) già da mesi in casa grillina aveva innalzato la kermesse riminese a grande cilindro dal quale estrarre il dorato “coniglio” da candidare a premier, con ancora un semestre di distanza abbondante dalle urne, un sistema elettorale imprecisato (lo straproporzionale attuale non prevede candidati premier, ma ci arriveremo dopo) e il rischio di rosolare a fuoco lento il leporide prescelto. Ora: chiunque scriva o narri di Parlamento utilizza nel ventaglio dei sinonimi di “Luigi Di Maio” quello di “premier in pectore M5s” almeno dal novembre 2014, mese in cui Grillo si decise a varare il famoso direttorio dopo la delusione delle Europee. Quindi, poche panzane: Di Maio è il “frontman” pentastellato indiscusso da quasi tre anni. Perché è il più noto (a parimerito con l’incendia-folle Di Battista), perché è il più pompato da Casaleggio (padre prima, figlio poi), perché come direbbero gli spagnoli è “El Nino” dal volto rassicurante, perché è quello che si è girato mezzo globo terracqueo per far conoscere il M5s oltreconfine, perché “uno vale uno” è un fioretto degli albori diventato ormai fiabetta, perché, perché e ancora perché. Di motivi per i quali quella votazione non si doveva fare ne possiamo trovare un bilione. Ce n’è uno, però, che è così lampante da sembrare accecante: con un Di Maio già incoronato per acclamazione, era lapalissiano a tutti che nessuno degli altri (big o meno big) si sarebbe prestato al ruolo di sparring partner, o forse più propriamente di agnello sacrificale. Vedi appunto quel Roberto Fico dato per certo sfidante del “predestinato”, poi sfilatosi per abbandonare il golden boy alla imbarazzante contesa con un vegano fruttariano della Brianza, un’ingegnera fresca di corona d’alloro di Vignola, uno strimpellatore della Val d’Arno, una senatrice samaritana e altri carneadi. Se a questo si unisce il caos per la scelta di Cancelleri come candidato alle regionali siciliane e si somma il tutto col casino combinato a Genova lo scorso giugno, si può sostenere che tre indizi fanno una prova: comunarie, regionarie, premiershipparie e via dicendo in rete annaspano e per il M5s si tramutano in autogoleade.

Attenzione, però: le campane mogie della primaria non suonano a morto solo in casa grillina, anzi. Basta tornare al 30 aprile per il “ponci ponci po po po” di Renzi nella riconferma alla segreteria Pd, a soli due mesi da una scissione che ha visto uscire col trolley definitivo dal Nazareno un ex segretario, un ex premier, un ex capogruppo e decine e decine di dirigenti (locali e nazionali). Con un partito ormai convertito in toto alla plancia di comando toscana e un congresso “mignon” di un mese, “legnare” nei numeri il tenue Orlando e il burrascoso Emiliano (rimasto per settimane con un piede dentro e uno fuori al partito) è stato uno spettacolo desolante.

Per non parlare delle primarie della Lega Nord di maggio, nelle quali Salvini ha bitumato il maroniano indipendentista Fava con un 83% a 17%: roba da “oblast” bulgaro. A parte la differenza di popolarità, già le sole 16 comparsate televisive giornaliere di Salvini (manca solo di vederlo celebrare l’Angelus la domenica e come concorrente di Pechino Express il lunedì) fanno odorare la primaria di porchetta ben speziata.

Perciò non raccontiamocela troppo: la scaramuccia ormai quadriennale sull’asse M5s-Pd, coi primi che dicono che la rete è meglio dei gazebo e i secondi che con la lagnosa contraerea replicano il contrario, è un’avvilente soap opera di cui tutti faremmo a meno. Perché ormai è chiaro: la primarietta improvvisata e rudimentale è sempre a rischio farsa. O le si fissano per legge, con meccanismi precisi e approvati dopo attento studio dal Parlamento, oppure così sembrano elezioni per il direttivo di circoletti Fenalc, con maggioranze spesso plebiscitarie e partecipazione che giocoforza diventa roba per parenti, amici, co-parrocchiani e compagni di rumba o calcetto.

Inoltre, c’è un’altra bugia quasi pinocchiesca che non dovremmo raccontarci più. Fino a riforma elettorale contraria, in vigore c’è il Consultellum al Senato e il Legalicum alla Camera, che insieme compongono un impianto proporzionale che più proporzionale non si può. Quindi i galloni di “candidato premier” sono una puttanata, perché col proporzionale il premier si decide all’indomani del voto e con la cera lacca del Capo dello Stato. Mezzo secolo di Prima Repubblica dovrebbe ricordarcelo: prima del ’94 dopo le urne si contavano i voti e che le maggioranze fossero monocolori o pentapartitiche, l’incarico finiva ad Andreotti (sette volte premier, ma mai segretario Dc) o ad altri bomber del cetaceo bianco (dagli anni ’80 anche socialisti o repubblicani), ma quasi mai ai leader di partito del momento. Perciò quando sentiamo Salvini che dal palco di Pontida grida “sono pronto a fare il premier”, Berlusca che da Fiuggi farnetica cose tipo “sarò io il leader e troverò il modo di tornare a Palazzo Chigi”, Renzi che dalle feste de l’Unità dice “mi tocca riprovarci” e Di Maio che domenica dirà di essere il “candidato premier M5s”, siamo di fronte a fandonie che fanno provincia. Se resterà un sistema iper-proporzionale, ma anche col tedesco e forse persino col “Rosatellum 2” (ripristina un 36% di collegi maggioritari) che in queste ore si prepara ad affrontare le magrovie della commissione Affari Costituzionali, nessuno dei quattro leader sarà premier. Ci si può scommettere alla Snai, in quanto all’indomani del voto toccherà trovare maggioranze rabberciate e le leadership si annulleranno lasciando il campo ai Gentiloni e agli altri “raffreddatori” di turno.

Primarie, premierato, aspirante premier: termini cacofonici e nocivi che andrebbero archiviati ma sui quali invece i leader di partito continueranno a rimbalzare almeno fino a maggio prossimo, con in sottofondo il jingle storpiato di “Noi, tafazzi di oggi noi, viviamo col senno di… mai”.

Valerio Mingarelli

 

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