ARANCINI, CAPONATE GRILLINE E CASSATE DEM: MENO SALE… CHE SILVIO C’E’ (MA MARZO DISTA)

“Siamo rimasti in tre, tre somari e tre briganti, per la strada longa longa di Girgenti” – strillavano giocosi e giulivo Modugno. Ebbene: a matite elettorali ancora fumanti, in Sicilia, lo stornellone del duo Franchi-Ingrassia risuona fino a Roma nella sede di via del Governo Vecchio di Alternativa Popolare, il partito-puntello di Alfano con più parlamentari che elettori. Il quale, dal 2013, tiene attaccata alla bombola d’ossigeno la legislatura. Il fatto che i cosiddetti alfaniani si stiano estinguendo come dei panda, pure in quello che doveva essere il “granaio” di voti dell’attuale inquilino della Farnesina (originario proprio di Girgenti), è l’unico verdetto post-voto isolano sul quale tutti concordano. Ora: dev’esserci una sorta di perversione, come il trarre godimento dal farsi spegnere Marlboro Rosse sulla carne viva o dal mangiare carne di nutria in salmì, per poter votare Ap, drappello simbolo del cerchiobottismo e del voltaggabbanismo all’italiana. Salvo sorprese primaverili che avrebbero del soprannaturale, neppure “Undici” (la bimba coi poteri telecinetici di “Stranger Things”, serie tv mirabile) può risollevare le sorti politiche di Angelino Alfano. Che dopo un decennio da ministro di tutto (copyright… Renzi), dovrebbe porre fine al suo Cv istituzionale da miracolato.

Per il resto, escluse le campane a morto di Ap fatte suonare in maniera unanime, sul voto siciliano ognuno dà letture proprie. Di comodo, e talvolta con due fette di prosciutto (o se preferite di salame Sant’Angelo) davanti ai bulbi oculari. Tanti falsi miti e luoghi comuni ripetuti, a partire da quel “ha vinto il partito dell’astensione” che rimane sempre il metodo più indolore per buttare la palla in fallo laterale. Certo: oltre la metà dei discendenti di Empedocle, Archimede e Gorgia hanno dato buca ai seggi. Coi tempi che corrono però, bisogna comprendere una volta per tutte che sono in crescita gli “astenuti consapevoli”, cioè coloro che considerano il non voto una scelta precisa di voto (perdonate il cortocircuito fonico). Quindi la menata sulla bassa partecipazione sa di litania spaccagonadi. Così come provocano otorree purulente espressioni quali “c’è disaffezione”, “è un test locale”, “paghiamo colpe di chi c’era prima” (in Sicilia con sta storia si arrivano ad accusare Angioini ed Aragonesi), “non c’è più assonanza tra partiti ed elettori”, “però rispetto alle regionali del 1984 abbiamo fatto meglio” e amenità varie. Se spesso i cittadini preferiscono persino scartavetrare le persiane pur di non recarsi al seggio, è anche perché poi sanno che a spoglio in corso tocca loro sentire tizio di quel partito e caio di quell’altro ripetere sempre la solita pappardella ai microfoni, manco fossimo alle elementari a recitare i sonetti del Foscolo.

Entrando invece un po’ più nel pentolone dove ruota vorticosamente il minestrone (insipidissimo) di analisi post-voto, proviamo a ripristinare un po’ di sano realismo uscendo, come su queste righe siamo soliti fare, dalle solite corali da commando ultrà. Cominciando proprio dal patto che ha sancito la (presunta) ritrovata compattezza del centrodestra, che ha condotto a Palazzo dei Normanni il “nero” (non d’Avola) Nello Musumeci. L’arancino ha sbaragliato le caponate (e gli incaponimenti) grillini e le cassate (cambiare le “esse” con le “zeta”, please) del Pd. Per un motivo puro e semplice: Berlusconi, ancora lui, si è andato a riprendere tutti i voti centristi dei potentati e notabilati che, fino al ’92, hanno fatto dell’isola più grande del Mediterraneo una sorta di sultanato dell’allora balena nivea (la Dc). Pure quelli di Alfano: di astuzia e ingordigia. Quindi prendete il mangianastri e riavvolgete la vhs: le carte, nel centrodestra rinfrancato, le dà ancora Silvissimo. Poco conta che il neo governatore sia di dna meloniano-aennino: il playmaker dei conservatori è sempre l’ometto coi capelli da pupetto del biliardino. Detto questo: il centrodestra è davvero unito? Manco per idea. Euro, fisco, welfare, autonomie locali, sanità, scuola, attività produttive, Rosatellum: Salvini, Meloni e B. sembrano giocare a morra su ogni tema. Forse solo sullo Ius Soli vanno in sincro (un po’ pochino). Punto secondo: il centrodestra ha già in mano vincerà con un filo di gas alle politiche 2018, come l’orchestrina a cappella dei Brunetta, Gasparri, La Russa e Schifani va già ripetendo in loop? Fly down, cari colonnelli. Anche nella più rosea delle previsioni, il tir berlusco-leghista può arrivare attorno al 33%. Con eventuali quarte e quinte gambe centriste dei vari Fitto, Cesa, Tosi, Quagliariello, Mastella, post-andreottiani, neo-zaccagniniani e avanguardisti morotei, al massimo spingersi fino al 35-36%. Che col tragi-pagliaccesco Rosatellum Bis approvato un mese fa, non basta manco per prendere il 64 per salire al Colle da Mattarella. Ergo piano con gli amplessi anticipati: le larghe intese sono ancora vivissime, lottano insieme a noi, e con il cervellotico meccanismo di assegnazione dei seggi varato durante l’ottobrata romana, restano lo scenario più plausibile. Quindi: Silvio e i suoi ci sono e scoppiano di salute, ma prima di cantare “Azzurra Libertà” pianino. (Ah: Musumeci è presidente da 72 ore e ha già un consigliere al gabbio. Vecchie virtù, ma anche vecchi vizi).

Andiamo oltre e… fuori i secondi. Il M5s non si allea, ma deve capire che… andarci vicino conta solo a bocce. Per tre mesi il big grillini hanno fatto un’invasione “manu militari” dell’isolona, sul blog di Grillo le vicende al di là dello stretto hanno monopolizzato il rullo dei post e soprattutto il leader Di Maio ha fatto da cocchiere a Cancelleri fin dentro il cratere ribollente dell’Etna. Ciò spiega la delusione, che ha indotto ha prodotto i goffi inciampi all’indomani. Ho udito guru e strateghi improvvisati dire che il forfait di Di Maio da Floris è stata una sorta di genialata: lettura giullaresca. Aveva deciso lui stesso ora, luogo, rete e trasmissione della tenzone: dire “non posso dai, quello è moribondo” con tre righe su Facebook è un autogol in rovesciata. Primo perché non è detto sia vero, secondo perché qualora lo fosse, nel Colosseo della politica vige un approccio alla Massimo Decimo Meridio: il leone ferito a terra si finisce. Invece, la reazione di Di Maio ha prodotto solo una quantità industriale di evitabili meme macchiettistici sui social: Tafazzi is nothing. Senza contare che Renzi all’appiglio gentilmente offerto da Giggino ci si è aggrappato senza troppi complimenti. Se Giggi non c’è, è mancata pure la cremeria: il Cancelleri (rivelatosi un buon candidato) che non riconosce la vittoria di Musumeci fa tanto Asilo Mariuccia “mode on”. Il M5s deve farsi un tantino furbo: l’amarezza del ko va compensata col “cetriolone” evitato. Governare la Sicilia è come combattere contro un puma affamato a mani nude. Poi, bisogna convincersi che il successo M5s nei numeri è drogato dal candidato che ha preso più voti della lista (in tanti hanno votato Pd o altre liste, scegliendo però Cancelleri presidente). Il disgiunto col Rosatellum non c’è, quindi a Grillo e banda tocca fare un attimo due conti. E giocarsi per bene la battaglia nei collegi: se si presenteranno due sinistre (Pd da una parte e Mdp e atolli rossi dall’altra), nelle regioni del centro ma anche nella stessa Sicilia i grillini nel maggioritario partono tutt’altro che battuti e possono sgraffignare seggi qua e là.

Capitolo Pd e Sinistra: qui siamo al fucile a canne mozze contro la croce rossa. La sconfitta era annunciata, ok. Però nei voti locali i Dem inanellano sganassoni che nemmeno un Sassuolo rimedierebbe dal Real Madrid. Il partito in Sicilia non esiste più e Renzi, tra una gita in trenino e un apericena con salatini saltati in padella uno a uno a casa Obama, dell’isola se n’è fregato, e ora i coltelli seghettati dei suoi avversari nel partito stanno tutti fuori dalle fodere. La differenza tra lui e Berlusconi è tutta lì: questo divide, divide e divide. Poi più prende ceffoni più (come un pugile suonato) spara sfondoni, visto che da Floris si è detto certo che a marzo il 40% sia raggiungibile (per carità, neppure unendo tutte le sinistre dell’area Euro). La sua clap partitica fa peggio: Faraone che bullizza Pietro Grasso appioppandogli le colpe della Waterloo siciliana è un po’ come se Checco dei Modà si mettesse a schermire Robert Plant perché non ha più la voce di un tempo. Così il fronte che brama la congiura si va ampliando: se Franceschini, lince nazarena più astuta, da settimane lavora a un’exit strategy, persino uno come Rosato ha reso nota la colichetta renale intorno alla linea (per niente dritta) della segreteria del partito. Capire cosa succederà è complicato: con Renzi allo stato attuale non ci si alleerebbe nemmeno un cugino carnale. E neanche lasciare la candidatura a premier a un Gentiloni può tappare la fessura dalla quale sono fuoriusciti i Bersani e gli Speranza (e dove altri potranno svignarsela). Difficile anche che qualcuno da essa rientri: da Floris quando ha gridato al pubblico “voglio un altro Jobs Act!” (legge scatenante della scissione), è sceso un gelo che neanche in Lapponia durante i giorni della merla. Certo, l’arcipelago alla sua sinistra sta compiendo un’attraversata nel deserto, oltretutto col fardello di D’Alema che rovescia le poche borracce d’acqua, e il risultato di Fava in Sicilia ne è l’istantanea perfetta. Un Grasso che serri le fila (fra poco verrà riesumato persino Togliatti al fine di tirare per la giacchetta il presidente del Senato) è già un buon inizio. Ma pensare di vedere i vari Civati, Zoggia e Scotto sullo stesso carro (o trenino) di Renzi, è una favola col lupo.

Quindi siamo al Requiem per Renzi? Macché. Rientrerà in scena lui: il Rosatellum. L’ex boy scout di Pontassieve tirerà dritto, e una pattuglia di suoi fedelissimi nei due rami del Parlamento ce la schiafferà. Poi oh, se ci sarà da fare un saltino a Palazzo Chigi con qualcuno (sai mai), metterà la mascherina beige del “responsabile”. Da abbinare al cerone di Silvio, magari. No, non è un film horror: è la realtà, e si chiama ammucchiata al centro (o larghe intese). E per dirla con David Lynch in Twin Peaks: “I gufi non sono quello che sembrano”. Proprio per niente.

Valerio Mingarelli

 

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