CARAVAGGIO IN SALSA?

Il docufilm su Caravaggio di Jesus Garces Lambert proiettato al Movieland recentemente è parte del pullulare di discutibili iniziative che riguardano l’arte e la sua diffusione. Dal San Valentino al Museo alle Domeniche ai beni culturali coi figli, fino appunto alle mostre interattive digitali in 4D come quella, Loving Vincent, anch’essa recentissima, su Van Gogh.

La tecnica si mobilita per proporre l’opera d’arte “nell’epoca della sua riproducibilità”, il marketing, l’editoria e le società di servizi gongolano. Le file aumentano, la gente ha imparato a trascorrere pomeriggi in mostra così che poi se ne possa parlare al bar. Andare in mostra è diventato un simbolo di status sociale, come portare le Timberland trent’anni fa.

Si potrebbe rispondere che simili obiezioni a un allargamento di massa della fruizione sono da reazionario e da bacucco che vorrebbe difendere un’esperienza estetica d’élite e del tutto fuori tempo massimo. In verità non è così. Se si analizza con un minimo di oggettività la cosa ci si rende conto che la cosiddetta divulgazione – sarebbe meglio parlare di “ricreazione” – non avviene senza pegni da pagare.

Intanto la sostanza polisemica dell’opera d’arte viene canalizzata nella narratività e purificata, direbbe Marcuse, del suo potenziale di contestazione della realtà. Il gadget di Van Gogh – la calamita col cielo stellato o il campo di grano coi corvi – ridotti a motivo decorativo della borsa o della cartolina rientrano come merce proprio in quel mondo che desideravano contestare e interrogare. Il grido disperato che lanciavano contro il mondo di Fine Ottocento ora diventa melenso sorriso stampato sul servizio da tè. Dunque la riduzione decorativa dell’arte frutto di un’operazione di semplificazione e marketing ne riduce la complessità culturale e il senso.

Se torniamo a “Caravaggio, l’anima e il sangue” vale a dire al docufilm di cui sopra, incrociamo addirittura un altro pericolo, vale a dire, l’”attualizzazione” che finisce col rilasciare degli effetti grotteschi assolutamente involontari. Se per sottolineare il carattere maledetto del pittore io metto in campo un protagonista giovane e barbuto, in jeans e canottiera, che ad apertura di narrazione si avvolge la faccia con un cellophane da cucina fino ad evocare l’immagine di un salsicciotto ributtante, forse non ho aiutato la comprensione di Caravaggio. Se per di più lo faccio parlare con il tono e la pronuncia blesa di Manuel Agnelli allora l’effetto grottesco è assicurato.

Pericoli del genere sono in agguato ovunque nella cosiddetta divulgazione di massa e possono provocare effetti boomerang difficilmente prevedibili. L’obiezione che la massa in quanto tale non sarebbe in grado di percepirli non tiene, per motivi evidenti e cioè che la massa siamo tutti noi. Ma esistono allora alternative a queste derive? Certamente sì e suonano come i vecchi rimedi della nonna. Il primo è ripristinare le ore di storia dell’arte che sono state sottratte alle scuole in nome delle riforme, perché una buona preparazione è anche l’unico strumento per orientarsi nel nostro paese ricco d’arte e nell’Europa della modernità. E l’altra è abbassare i prezzi delle mostre e dei musei per consentire alle famiglie di avere tariffe agevolate. Queste cose non si sono fatte in nome del diktat neoliberista che vuole che la “cultura si sostenga da sola”. Cosa sbagliata perché la tutela dell’umanesimo non passa per i grandi magazzini e tanto meno per la beneficenza, ma necessita di una responsabilità pubblica e statale.

Alessandro Cartoni

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